venerdì 11 luglio 2014

Le oche - 2°

La mia casa è modesta, piccola e un po’ trasandata. Mi sono trasferito qui cinque anni fa, dopo la morte di mia moglie. Non potevo permettermi una casa indipendente, né una villetta in periferia, così ho affittato questo bilocale grigio e umido. L’unica cosa carina di questo condominio è il piccolo parco che lo costeggia, pieno com'è di betulle lunghe e sottili. Mi ricordano il collo delle oche.
Ricordo un giorno, doveva essere la vigilia di Natale di almeno venti anni fa. Mi svegliai prestissimo - un po’ per la frenesia di aprire i regali, un po’ per i rumori che provenivano dal piano inferiore (precisamente dalla cucina). Scesi a piedi scalzi, ancora in pigiama e quasi addormentato. Trovai mio padre con un’oca in grembo che tentava di liberarsi dalla sua presa vigorosa e gridava in modo parossistico.
«Papà, cosa stai facendo a quell’oca?».
Lui mi guardò, con uno sguardo arcigno pieno d’ira. Dunque afferrò un coltello dalla lama lucente sulla quale si specchiavano il bianco delle piume.
«Ti avevo detto che le oche erano cattive, ecco cosa si meritano! » e con foga piantò la lama nel collo dell’animale, dopo averlo appoggiato sul tagliere.
La testa volò lontana sul pavimento, lasciando una scia di gocce rosse sul pavimento di legno, come un aereo nel cielo.
«Bambini! Tutti in fila indiana! State zitti, altrimenti niente merenda!».
Quelle voci gracchianti e stridule mi sono entrate nella testa. Non le sopportavo più... Se solo avessi saputo che c’era un asilo qui sotto, non sarei mai venuto ad abitare qui. Purtroppo era estate quando ho affittato la casa... ho dovuto porvi rimedio.
Il punto di non ritorno: una cena della Vigilia (che coincidenza!) a casa del mio collega Jean-Francois. Ero stato invitato contro voglia, ma essendo solo non avevo potuto rifiutare. Che barba! Regali, bambini, sorrisi forzati, auguri senza senso... Il pranzo era di quelli sopraffini, infatti Pauline, la moglie di Jean-Francois, era uno degli chef più ricercati di tutta Parigi. Il problema dell’essere invitati a casa altrui è che si deve mangiare ogni cosa senza fare storie e facendo finta che sia tutto ottimo. In più, in quell'occasione, essendo il menù composto da piatti molto elaborati (sembrava una gara culinaria tanto tutto era perfetto), non sapevi mai cosa stavi per mettere sotto i denti. Così addentai un crostino ricoperto di una salsa scura. Lo inghiottii in fretta e furia, dato che il sapore era veramente stomachevole e strano per il mio palato abituato a cibi surgelati e pizza. Chiesi a Pauline cosa fosse, e lei rispose con orgoglio: «Paté d’oca al tartufo». Mi sentii stringere lo stomaco e diventai rosso tutto d’un colpo.
«Gerard, cos’hai? Sei allergico al tarfufo?».
Mi scusai e corsi in bagno e sforzandomi riuscii a vomitare quell’orrore. Ma il peggio era ormai fatto.
Sono esseri simili in tutto e per tutto alle oche, girano per il cortile, strillano dietro ai bambini, vogliono comandare tutti. Fanno lo stesso verso acuto e insopportabile, sono malvagie come loro. Così, a causa dell’accaduto, mi sto trasformando piano piano in un essere spregevole, sanguinario, prepotente, rumoroso, sporco.
Gli ho tirato il collo a una ad una, per far capire loro qui chi comanda.
«Vedi quelle oche? Sono come le donne, anzi le donne sono peggio: non ti permettono di vivere, ti prendono tutto, devi stare lontano da loro».
Questo diceva mio padre, e così ho fatto.


- FINE -

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(Samuel Johnson)