venerdì 29 agosto 2014

Pelle d'Asino 2° - Claude Perrault

[...] Un giorno di festa che Pelle d'Asino aveva indossato il vestito color di sole, il figlio del re, a cui la fattoria apparteneva, vi si fermò per riposarsi dalla caccia. Era giovane, bello, adorato dai genitori, idolatrato dal popolo. Gli fu offerta una rustica refezione; dopo della quale, e si diè a girare di qua e di là pei cortili. Entrò così in un oscuro androne che aveva in fondo una porta chiusa. La curiosità lo spinse a metter l'occhio al buco della serratura; ma che colpo fu il suo, quando vide la principessa così bella, così sfarzosamente vestita, così nobile all'aspetto da parere una divinità? La furia del sentimento lo avrebbe spinto a sfondar la porta se non fosse stato il rispetto inspiratogli dalla magica apparizione.
Uscì a malincuore dall'oscuro androne, e subito domandò chi fosse la persona che abitava quella camera. Gli risposero che era una vaiassa, chiamata Pelle d'Asino, perchè d'una pelle d'asino era vestita, che tanto era sudicia ed unta, che nessuno la guardava o le parlava; e che la si era presa per guardiana dei montoni e dei tacchini.
Poco soddisfatto di questi chiarimenti, il principe capì essere inutile chieder notizie a quella gente grossolana. Tornò alla reggia, più che mai innamorato, avendo sempre davanti agli occhi la divina visione balenatagli attraverso la serratura. Si pentì di non aver picchiato, e decise di farlo un'altra volta. Ma la furia del sangue, effetto dell'amore, gli diè la stessa notte una febbre così forte che in brevissimo tempo lo ridusse agli estremi. La regina madre, avendo in lui l'unico suo figlio, si disperava. Prometteva ai medici i più straordinari compensi; ma i medici, con tutta la loro scienza, a niente riuscivano.
Indovinarono finalmente che la causa del male era un dolore profondo; e ne avvertirono la regina, la quale corse subito al capezzale del figlio per interrogarlo e supplicarlo: "Parlasse franco: quand'anche si trattasse di ceder la corona, il re suo padre scenderebbe volentieri dal trono perchè il figlio vi montasse; se desiderava una principessa, dato pure che si fosse in guerra col padre di lei, tutto si porrebbe in opera per contentarlo; ma ad ogni modo, non si abbandonasse così, non morisse, poichè dalla vita di lui dipendeva la loro."
Così parlando, un fiume di lagrime le sgorgava dagli occhi.
"Signora, rispose il principe con un fil di voce, io non sono così snaturato da ambire la corona di mio padre; faccia il cielo che egli viva a lungo e che mi abbia come il più fedele e devoto dei sudditi! In quanto a principesse, non ho ancora pensato ad ammogliarmi; e voi sapete che, obbediente come sono, farò sempre ed a qualunque costo il vostro volere. — Ah, figlio mio! proruppe la regina, nulla ci costerà per salvarti la vita; ma tu salva la mia e quella di tuo padre, confessandomi quel che desideri, e sta pur certo che ti sarà accordato. — Ebbene, signora! disse il principe, vi obbedirò: non voglio affrontare il delitto di mettere in pericolo due esseri che mi son cari. Sì, madre mia, io desidero che Pelle d'Asino mi faccia una torta, e che questa subito dopo mi sia portata."
La regina domandò sbalordita chi mai fosse Pelle d'Asino. "È la più brutta bestiaccia che si possa immaginare, rispose un ufficiale che per caso ave a visto la ragazza; una sudiciona, guardiana di tacchini, alloggiata nella vostra fattoria. — Non importa, disse la regina; mio figlio, tornando dalla caccia, avrà forse mangiato qualche cosa cotta da lei; è un capriccio d'ammalato; in somma, io voglio che Pelle d'Asino gli faccia subito una torta.
Si corse alla fattoria, si chiamò Pelle d'Asino, le si ordinò di fare una torta pel principe.
Vogliono alcuni che Pelle d'Asino si fosse accorta del principe, quando questi spiava dalla serratura; e che poi, messasi alla finestra, l'aveva visto allontanarsi ed era rimasta colpita dalla bellezza del giovane. Comunque sia, o che l'avesse visto, o che ne avesse inteso a parlare, tutta lieta di aver un mezzo per farsi conoscere, Pelle d'Asino si chiuse in camera, gettò via la pelle, si lavò il viso e le mani, si pettinò i biondi capelli, indossò un bel busto di argento, una gonna simile, e si diè a manipolare la torta con farina purissima, uova e burro. Mentre lavorava, sia per caso, sia a posta, un anello che aveva al dito cadde e si mescolò nella pasta. Fatta la torta, rimise la pelle, e consegnò quella all'ufficiale, a cui domandò notizie del principe; ma l'ufficiale le voltò le spalle senza degnarsi di risponderle.
Il principe prese la torta e con tanta furia la divorò, che i medici dichiararono esser quello un brutto segno. Poco mancò infatti che il principe non s'affogasse con l'anello; ma destramente se lo cavò di bocca, e mangiò più a rilento, mentre esaminava il fine smeraldo, incastonato in un così stretto cerchietto d'oro, che non poteva adattarsi che al più bel ditino del mondo.
Mille volte baciò quell'anello, se lo mise sotto il guanciale, e ad ogni poco lo tirava fuori, quando credeva non esser visto. Ma come fare per trovare colei cui quell'anello si adattasse? come ottenere che gli si facesse vedere la manipolatrice della torta? come confessare quel che aveva visto pel buco della serratura, senza far ridere del fatto suo ed esser trattato da visionario? Tutti questi dubbi lo tormentarono a segno, che la febbre lo riprese; e i medici, non sapendo più che farsi dichiararono alla regina che il principe era ammalato d'amore.
La regina e il re accorsero insieme dal figliuolo. "Figlio, figlio mio! esclamò disperato il sovrano, parla, nomina colei che tu vuoi, noi giuriamo di dartela, fosse anche la più brutta delle schiave." La regina, abbracciandolo, confermò il giuramento del re. "Babbo, mamma, rispose il principe commosso da quelle lagrime, io non penso mica a fare un matrimonio che vi dispiaccia; e, in prova di ciò, io vi dichiaro che sposerò solo colei, a cui andrà bene questo anello; (e così dicendo, tirava lo smeraldo di sotto al guanciale); non è credibile che una persona con un così bel dito sia una zoticona o una contadina."
Il re e la regina presero l'anello, l'osservarono, e conchiusero che esso non poteva appartenere che ad una nobile damigella. Abbracciato il figlio e pregatolo di guarire, il re uscì, fece dar nei tamburi, fece sonar pifferi e trombe, non che gridare dagli araldi per tutta la città che si venisse a palazzo per provare un anello, e che colei cui l'anello si adattasse sposerebbe il principe ereditario.
Arrivarono prima le principesse, poi le duchesse, le marchese e le baronesse; ma checchè si sforzassero ad assottigliarsi il dito, a nessuna riuscì d'infilar l'anello. Si dovette scendere alle crestaie, le quali, per belline che fossero, avevan sempre troppo grosse le dita. Il principe che stava meglio, faceva da sè la prova. Finalmente si arrivò alle cameriere: peggio di peggio. Non c'era più alcuna che non si fosse provata a infilar l'anello, quando il principe domandò le cuoche, le sguattere, le pecoraie. Vennero anche queste, ma le dita rosse e corte non entrarono nemmeno più in giù dell'unghia.
"Si è fatta venire quella tale Pelle d'Asino, che mi ha fatto in questi giorni una torta?... domandò il principe. Tutti si misero a ridere, rispondendo di no, tanto quella era sudicia e unta. "Si vada a cercarla all'istante, disse il re; non sarà mai detto ch'io abbia eccettuato qualcuno."
Si corse, ridendo a più non posso, a cercare la guardiana di tacchini.
La principessa, che aveva inteso i tamburi e le grida degli araldi, aveva ben sospettato che l'anello suo fosse il motivo di tanto fracasso. Amava il principe; e poichè il vero amore è timido e senza vanità, trepidava sempre che qualche signorina non avesser il dito sottile come il suo. Fu dunque lietissima di sentir picchiare alla sua porta e di esser chiamata a corte. Da che aveva saputo che si cercava un dito adatto all'anello, non so che speranza l'aveva spinta a pettinarsi con più cura, a mettersi il busto d'argento con la gonna ricca di balze, di pizzi d'argento cosparsi di smeraldi. Alla prima bussata, si nascose subito nella pelle d'asino, ed aprì la porta. I messi, burlandosi di lei, le dissero che il re la voleva per farle sposare il principe; poi, sempre ridendo, la condussero dal principe, il quale, sbalordito a vederla così vestita, non osò credere che fosse la stessa da lui vista così bella e fastosa. Triste e mortificato esclamò: "Siete proprio voi che alloggiate in fondo all'androne nel terzo cortile della fattoria? — Sì, o signore, rispose ella. — Mostratemi la mano, disse il principe, tremando e sospirando.
Perbacco! chi mai se l'aspettava? Il re, la regina, i ciambellani, i signori di corte, tutti restarono a bocca aperta, quando videro uscire di sotto a quella pelle nera ed unta una manina delicata, bianca e color di rosa, con un ditino incantevole cui l'anello si adattò senza fatica... Poi, ad un leggero movimento della principessa, la pelle cadde a terra, ed ella apparve così fulgida di bellezza che il principe, con tutta la sua debolezza, si mise alle ginocchia di lei e le abbracciò con un ardore che la fece arrossire; ma nessuno se ne accorse, perchè il re e la regina vennero ad abbracciarla, domandandole se voleva essere la sposa del loro figliuolo. La principessa, confusa da tante carezze non che dall'amore del principe, stava per ringraziare, quando il soffitto si aprì e la fata dei Lilà, discendendo sopra un carro fatto di rami e fiori del suo nome, narrò con grazia squisita la storia della principessa.
Il re e la regina, contentissimi di scoprire una grande principessa in Pelle d'Asino, raddoppiarono le loro carezze; ma il principe fu ancor più commosso e più innamorato alla virtù di lei.
L'impazienza fu tale in lui per affrettare il giorno delle nozze, che appena s'ebbe il tempo di fare i preparativi. Il re e la regina non facevano che abbracciare la futura nuora. Questa aveva intanto dichiarato di non poter sposare, senza il consenso del padre; epperò lo s'invitò subito, senza dirgli chi fosse la sposa, come appunto aveva consigliato la fata dei Lilà, che a tutto presiedeva. Arrivarono sovrani da tutti i paesi, chi in portantina, chi in baroccio; i più lontani, montati su tigri, aquile, elefanti; ma il più magnifico e il più potente fu il padre della principessa, il quale s'era fortunatamente scordato della sua folle passione e aveva sposato una regina vedova e bella, da cui non aveva avuto figli. La principessa gli corse incontro; e la riconobbe, l'abbracciò teneramente, non permise che s' inginocchiasse. Il re e la regina gli presentarono il figlio, che da lui fu accolto con affetto. Le nozze si fecero con tutta la pompa immaginabile. Ma i giovani sposi, poco curanti di tante magnificenze, non guardavano che a sè.
Il re, padre del principe, fece il giorno stesso coronare il figlio, e checchè questi si opponesse, lo mise in trono. Durarono le feste circa tre mesi; ma l'amore dei due sposi durerebbe tutt'ora, tanto si volean bene, se essi non fossero morti cento anni dopo.

1 commento:

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