venerdì 22 agosto 2014

Pelle d'Asino - Claude Perrault

C'era una volta un re così grande, così amato dai suoi popoli, così rispettato dai vicini e dagli alleati, che si potea dire il più avventurato dei sovrani. La sua fortuna era anche confermata dalla scelta fatta d'una principessa non meno bella che virtuosa, con la quale viveva nel massimo accordo. Dalla loro unione una figlia era nata, così colma di grazia che non faceva lor lamentare di non avere una più larga figliolanza.
Il lusso, il gusto, l'abbondanza regnavano a palazzo; i ministri erano bravi e giudiziosi; i cortigiani virtuosi e affezionati; fedeli e laboriosi i servi; vaste le scuderie, con cavalli magnifici coperti di ricche gualdrappe; se non che gli stranieri che venivano ad ammirare quelle scuderie stupivano in vedere nel posto più appariscente un asino con tanto d'orecchi. Non già per capriccio aveva il re collocato la bestia a quel modo. Le virtù di quel rarissimo asino meritavano la distinzione, poichè così straordinariamente la natura lo aveva dotato, che il suo strame, non che apparir sudicio, era tutte le mattine largamente coperto di scudi e monete d'oro d'ogni sorta, che si andava a raccogliere al suo primo svegliarsi.
Ora, poichè le vicende della vita non risparmiano mai i re e poichè ai beni si mescola sempre qualche male, volle il cielo che la regina fosse colta da un subitaneo malore, contro il quale la scienza medica nulla potette. La desolazione fu generale. Il re, sensibile e affezionato, tuttochè si dica che il matrimonio è la tomba dell'amore, si affliggeva smisuratamente, portava voti a tutte le chiese del regno, offriva la propria vita in cambio di quella della sposa adorata; ma i numi e le fate furono sordi. Sentitasi prossima a morire, disse la regina al marito piangente: "Permettetemi, prima di morire, che io vi domandi una grazia: se mai vi venisse voglia di riammogliarvi..." A. queste parole, il re mandò un grido da spaccare il cuore, afferrò le mani della moglie, le bagnò di lagrime, giurò che era inutile di parlare di seconde nozze. "No, no, disse, cara regina, parlatemi piuttosto di seguirvi. — Lo Stato, riprese la regina con fermezza, esige un erede e poichè soltanto una figlia io vi ho data, è naturale che vi si faccia pressione perchè abbiate dei figli a voi somiglianti; ma io vi chiedo ardentemente, per tutto l'amore che mi portaste, di non cedere alle insistenze del vostro popolo, se non quando avrete trovato una principessa più bella di me. Voglio che me lo giuriate, e così morrò contenta."
Si sospetta che la regina, la quale non mancava di amor proprio, avesse preteso quel giuramento, nella sicurezza che nessuna donna al mondo potesse rivaleggiar con lei. Finalmente morì. Lo strepito che fece il marito non si può dire: pianti, singhiozzi giorno e notte, furono la sua unica occupazione.
Ma i grandi dolori non durano. E poi anche i grandi dello Stato si riunirono e vennero a pregare il re che si riammogliasse. La proposta provocò un novello scoppio di lagrime. Il re si scusò col giuramento fatto, sfidando tutti i consiglieri a trovare una principessa più bella della buon'anima. Ma il consiglio non fece caso della promessa, e disse che poco importava della bellezza, purchè la regina fosse virtuosa e non sterile; che la sicurezza dello Stato esigeva un erede; che la figlia del re possedeva, in verità, tutte le doti d'una gran regina, ma che bisognava poi darla in moglie ad uno straniero; e che allora o costui se la porterebbe via o, regnando con lei, i figli non sarebbero più considerati dello stesso sangue, e che quindi, non essendovi ora altri principi del suo nome, i popoli vicini potrebbero suscitar delle guerre da portare la rovina del regno. Il re, colpito da queste considerazioni, promise che avrebbe pensato a contentarli.
Cercò infatti, fra le principesse da marito, quella che più gli convenisse. Tutti i giorni gli si portavano bellissimi ritratti; ma non uno che avesse le grazie della defunta regina; epperò il re non si decideva. Per mala sorte, gli venne in testa che la propria figlia non soltanto era un incanto di bellezza, ma sorpassava inoltre la mamma in quanto a spirito e modi graziosi. La giovinezza di lei, la freschezza della carnagione, infiammarono a tal segno il re da spingerlo a rivelare ogni cosa, a dirle schietto di aver risoluto di sposarla, potendo ella sola scioglierlo dal giuramento.
Virtuosa e pudica com'era, poco mancò che la giovane principessa non venisse meno a quella orribile proposta. Si gettò ai piedi dei padre, e con quanto calore avea nell'anima, lo scongiurò di non costringerla a commettere un tal delitto.
Il re, fittosi in capo quel progetto bisbetico, avea consultato un vecchio Druido, per rassicurare la principessa. Il Druido, più ambizioso che pio, sacrificò all'onore di essere il confidente d'un gran re, l'interesse dell'innocenza e della virtù, e così abilmente s'insinuò nell'animo del re, tanto seppe temperare l'orrore del delitto, da persuadergli perfino che sposar la figlia era un'opera meritoria. Lusingato dai discorsi del furfante, il re lo abbracciò e tornò a palazzo più caparbio che mai. Fece dunque ordinare alla figlia di prepararsi all'obbedienza.
Straziata dal dolore, la giovane principessa non seppe altro immaginare che ricorrere alla fata dei Lilà, sua madrina. La stessa notte partì in un biroccino tirato da un grosso montone che sapeva tutte le vie. Arriva sana e salva. La fata, che le voleva bene, le disse di saper già tutto, che non si desse pena, che niente di male sarebbe successo, purchè eseguisse appuntino le sue istruzioni. "Perchè sarebbe un gran peccato, disse, di sposar vostro padre, ma voi, cara, potete, senza contradirgli, evitare il male; ditegli che vi dia, per contentare un vostro capriccio, una veste color del tempo; mai e poi mai, con tutto il suo amore e il suo potere, riuscirà ad averla".
La principessa ringraziò la madrina, e il giorno appresso parlò al re, dichiarandogli che non avrebbe dato una risposta se prima non le si dava una veste color del tempo. Il re, animato dalla speranza, chiamò i più famosi operai, e ordinò loro la veste, minacciando, se non riuscivano, di farli tutti appiccare. Non gli toccò il dispiacere di ricorrere a questo eccesso; due giorni dopo la veste era pronta. Il firmamento, cinto da nuvole d'oro, non è così azzurro com'era quella splendida veste. La principessa ne fu afflitta e non sapeva come cavarsela. Il re insisteva per conchiudere. Bisognò di nuovo rivolgersi alla madrina, e questa, sorpresa di veder sventato il suo stratagemma, le consigliò di chiedere un altro vestito color della luna. Il re, che nulla le sapea rifiutare, fece chiamare i più esperti operai, e ordinò loro con tanta premura un vestito color della luna che tra l'ordine e l'esecuzione nemmeno ventiquattr'ore passarono.
La principessa, assai più contenta della magnifica veste che non delle tenerezze paterne, si disperò quando si trovò sola con le sue donne e con la sua nudrice. La fata dei Lilà, che tutto sapeva, accorse in aiuto dell'afflitta, e le disse: "Se non m'inganno, io credo che domandando un vestito color del sole, si verrà a capo di disgustare il re vostro padre, perchè non riuscirà mai ad averlo: ad ogni modo avremo guadagnato tempo".
Il vestito fu chiesto; e il re innamorato diè volentieri tutti i diamanti e i rubini della corona per agevolare il lavoro, con ordine espresso di non risparmiare niente perchè il vestito fosse come il sole. E tale fu; tanto che, appena spiegato, tutti i presenti furono costretti a chiuder gli occhi. Fu allora che s'inventarono gli occhiali verdi e neri. Figurarsi la principessa! Una cosa così bella, un lavoro così artistico nessuno aveva visto mai. Confusa, allegando di aver male agli occhi, si ritirò in camera sua, dove la fata l'aspettava, più che mai mortificata; peggio ancora, arrabbiata.
"Ah! perbacco! esclamò, vedremo ora di mettere a una dura prova l'amore di vostro padre. Lo so che è testardo; ma sarà certo sbalordito della domanda che gli farete ora: chiedetegli la pelle d'asino a lui così caro e che sopperisce a tutte le spese della corte: andate, dite che quella pelle vi è indispensabile".
La principessa, senza perder tempo, obbedì. Benchè sbalordito davanti a quel nuovo capriccio, il re non esitò un momento. Il povero asino fu sacrificato, e la pelle fu galantemente presentata alla principessa, che si diè nel punto stesso a percuotersi le guance e a strapparsi i capelli.
"Che fate, figlia mia? le gridò la madrina accorrendo. Ecco il momento più felice della vostra vita. Avvolgetevi in questa pelle, uscite dal palazzo, correte finchè le gambe vi bastano: quando si sacrifica tutto alla virtù, non può mancare il compenso. Andate. Penserò io a farvi seguire dai vostri vestiti: dovunque vi fermiate, la vostra cassetta con gli abiti e i gioielli vi seguirà sotto terra; ed ecco pure la mia bacchetta: battendo la terra, quando ne abbiate bisogno, subito la cassetta verrà fuori. Partite subito, non perdete tempo".
Mille volte la principessa abbracciò la madrina, la pregò di non abbandonarla, s'infagottò nella brutta pelle, dopo essersi sporcato il viso con la fuliggine del camino, ed uscì dal ricco palazzo senza esser riconosciuta da anima viva.
La sparizione della principessa fece colpo. Il re, che aveva fatto preparare una festa magnifica, era inconsolabile. Più di cento gendarmi e di cento moschettieri furono spiccati sui passi della fuggitiva; ma la fata che la proteggeva la rese invisibile ad ogni ricerca.
Così, fu forza consolarsi.
La principessa intanto camminava. Cammina, cammina, non trovava mai chi la volesse, tanto la trovavano sporca. Entrò in una bella città, e proprio sulla porta trovò una fattoria, dove la fattora avea bisogno d'una vaiassa per lavare gli strofinacci, pulire i tacchini e il trogolo dei maiali. La principessa tanto era stanca, accettò l'offerta, e fu subito cacciata in un cantuccio della cucina, dove fu fatta segno alle beffe del servidorame, tanto era ributtante nella sua pelle d'asino. A poco a poco, non si badò più a lei; anzi la fattora prese a proteggerla, tanto la vide sollecita dei suoi doveri. La principessa guidava le pecore e i tacchini, come se altro non avesse mai fatto; e checchè facesse, non sbagliava mai.
Un giorno, seduta tutta afflitta presso una fontana, pensò di mirarvisi, e uno spavento la prese quando si vide così infagottata in quella orrenda pelle di asino. Tutta vergognosa, si lavò il viso e le mani, e diventò più bianca dell'avorio. La gioia di vedersi così bella le fece venir la voglia di fare un bagno; ma subito dopo, ebbe di nuovo a indossar la pelle per tornare alla fattoria. Fortunatamente, il giorno appresso era festa; sicchè ella ebbe modo di tirar fuori la sua cassetta, di cavarne i vestiti, d'incipriarsi i capelli, d'indossare la bella veste color del tempo. La camera era così piccina che lo strascico della veste non trovava posto. La principessa si mirò e si ammirò, tanto che decise alla fine, per scacciar la noia, di indossare i suoi bei vestiti tutte le feste e le domeniche: e così fece. S'intrecciava nei capelli fiori e diamanti; dolevasi spesso che soli testimoni della sua bellezza fossero i montoni e i tacchini, che pur le volevano bene con tutta la sua orribile pelle d'asino. [...]

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