venerdì 20 gennaio 2017

5ª Tappa Blogtour "L'esercito dei 14 bambini" di Emmy Laybourne | Teaser più belli con playlist


Titolo: L'esercito dei 14 bambini
Autore: Emmy Laybourne
Pagine: 320
Prezzo: € 9.90
Uscita: 19 gennaio
Quattordici studenti di diverse età sono rimasti intrappolati all'interno di un gigantesco supermercato a Monument, in Colorado. Lì dentro c’è tutto ciò di cui potrebbero aver bisogno: cibo di ogni genere, vestiti, videogiochi e libri, farmaci e ogni tipo di bevanda alcolica… e senza la supervisione di un adulto possono fare quello che vogliono. Potrebbe anche essere divertente. Purtroppo la verità è che fuori da lì il genere umano sta scomparendo a causa di catastrofi naturali e della dispersione di sostanze chimiche nell'atmosfera che, a seconda del gruppo sanguigno, possono provocare nelle persone disturbi paranoidi, accessi di violenza o addirittura la morte. I bambini devono rimanere all'interno, costretti ad attrezzarsi per la sopravvivenza, senza sapere se potranno mai uscire. Nonostante la giovane età, saranno in grado di cavarsela e guadagnarsi un futuro?

LA SERIE
(Monument 14 #1) L'esercito dei 14 bambini
(Monument 14 #2) Sky on fire
(Monuments 14 #3) Savage Drift


Come avete già letto nel titolo, oggi vi riporto alcuni stralci del libro, abbinati a delle canzoni! Vi riporterò i pezzi che più ho preferito, anche se mi rendo conto che per chi non l'ha letto, potrebbero non avere senso ahahahahah

«Chloe», dissi con tutta la gentilezza che riuscii a tirar fuori, «per favore, puoi dire ad Alex che adesso sto bene e mi piacerebbe essere slegato?».
     Lei alzò le spalle.
     «Chloe, vai a chiamare Alex».
     «Perché dovrei?», mi chiese con una vocetta da mocciosa.
     «Perché te lo sto chiedendo», risposi.
     Mi ignorò continuando a mangiare il rivestimento di cioccolato di una barretta Butterfinger, un morsetto dopo l’altro.
     «Chloe!», dissi.
     «Cosa mi dai in cambio?»
     «Mi stai prendendo in giro?».
     Sbadigliò.
     «Vai a chiamare Alex».
     «Non devo fare quello che mi dici tu. Non sei il mio capo».
     «Te lo sto chiedendo. Per favore».
     «Non me lo stai chiedendo, me lo stai dicendo. E nessuno ama i prepotenti, lo sai?».
     Se non avessi avuto i polsi legati e stretti a sangue dalla corda di nylon, probabilmente questa conversazione mi sarebbe parsa divertente.
     «Chloe, fatina Chloe, principessa di tutto quello che è bello e buono in questo mondo, vorresti, potresti mandare un messaggio al mio caro fratello?».
     Ridacchiò.
     «Di’ per favore», mi disse.
     «Oh, il più bel per favore per la più bella di tutte le principesse…».
     «Va bene…», disse, e si trascinò verso gli altri.
     Solo allora notai che Batiste era nel suo sacco a pelo, proprio dietro a dov’era seduta Chloe. Era lì sdraiato, fissava il soffitto.
     «Ehi, Batiste», dissi. «Stai bene?».
     Non rispose.

Da quello che avevo sentito, Niko viveva in una capanna con suo nonno su alle pendici del Monte Herman. Per procurarsi da mangiare andavano a caccia, non avevano elettricità e usavano dei funghi selvatici come carta igienica. Cose del genere. La gente chiamava Niko “Cacciatore Coraggioso”, un soprannome che si adattava alla sua postura perfetta, il corpo magro e scolpito, e la combo pelle scura, occhi scuri, capelli scuri. Si muoveva con quell'orgoglio legnoso che hanno le persone a cui nessuno vuole parlare.
Così ignorai il Cacciatore Coraggioso e cercai di accendere il mio minitab. Era morto ed era molto strano perché l’avevo tolto dal caricatore appena prima di uscire di casa.
Poi iniziò questo rumore leggero: tinc, tinc, tinc. Mi tolsi gli auricolari per sentirlo meglio. I tinc erano come pioggia, solo metallica.
E poi i tinc divennero dei TINC e i TINC divennero delle urla, il signor Reed che gridava «Cristo Santo!». E poi di colpo il tetto dell’autobus iniziò ad ammaccarsi: BAM, BAM, BAM e una ragnatela di crepe si sparse sul parabrezza. A ogni BAM il parabrezza cambiava, come una serie di slide, diventando sempre più bianco mentre le crepe si allargavano sulla superficie.

«Dovresti tornare da noi», disse Jake. «I bambini chiedono sempre di te».
     In realtà non era vero. Ora che mamma Josie aveva preso il ruolo di chioccia, i bambini sembravano essersi dimenticati della brusca Astrid.
     La personalità di Astrid non c’entrava proprio niente, secondo me. Mi sembrava che fosse una cosa positiva per loro avere la memoria corta, in quel momento traumatico.
     «Non voglio», disse Astrid, e il suo era quasi un ringhio. «Te l’ho detto».
     «Ci manchi», disse Jake. «Be’, a Brayden non manchi, ma a Dean sì».
     Sentii la mia faccia che diventava rossa nel buio.
     Sapeva che avevo una cotta per Astrid, e anche Astrid lo sapeva.
     «Dai», disse lei, «è innocuo».
     Innocuo. Bene così.
     Cercai di respirare più piano. Ora non volevo davvero che mi scoprissero. Proprio per niente.
     Astrid finì di mangiare. Infilò un dito nella salsa e se lo leccò.
     Rimise il dito nella salsa ma questa volta non riuscì ad avvicinarlo alla bocca, perché Jake lo prese e lo leccò.
     Inginocchiandosi davanti a lei le tolse il piatto.
     Lei lo lasciò fare.
     Le mise una mano sul collo e la avvicinò a sé.
     Lei lo lasciò fare.
     La baciò.
     Lei iniziò a piangere.

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“Ciò che è stato scritto senza passione verrà letto senza piacere”
(Samuel Johnson)