venerdì 4 luglio 2014

Le oche - 1°

Ho tirato il collo all’ultima oca che c’era in cortile. Le oche sono animali cattivi e strani: ti guardano con il loro becco dritto, tagliente; il collo lungo e sottile le innalza al di sopra degli altri animali da cortile, e questo le fa sentire migliori di galline, anitre e polli.
Mi ero sempre rifiutato di mangiare la carne d’oca, temevo che, avendole dentro di me, qualcosa sarebbe cambiato, avevo paura degli effetti sulle mie azioni, finché...
Per tutta la mia infanzia, la domenica si andava a trovare i nonni, che vivevano in campagna in una casa immensa e desolante. In autunno il parco che la circondava era sopraffatto da rosso, marrone e arancio, tanto che da lontano, mentre giungevi al loro podere, sembrava di vedere un groviglio di fiamme. Lì vagabondavo per i fatti miei, trovando sempre nuovi nascondigli per spaventare mia madre, non riusciva mai a trovarmi. La casa non era fatta di mattoni, pareti, finestre, tegole: come una pianta cresciuta lentamente nel corso dei secoli, apparteneva all’ambiente naturale che la dominava in tutto e per tutto. In verità, la casa non era proprietà dei miei nonni, né degli alberi che la imprigionavano, era il regno di quegli animali altezzosi e arroganti: le oche. La loro roccaforte si trovava nell’angolo sinistro del parco, dove rumoreggiavano in continuazione per tutto il giorno. Il cortile era pieno dei loro escrementi e degli acquitrini che creavano da sé... Animali indipendenti, ma allo stesso tempo capaci di un forte spirito di gruppo. All’inizio mi piaceva starle a guardare, nonostante la paura («Stai lontano dalle oche, che ti beccano!»); poi cominciai a trascorrere sempre più tempo in casa, come se mi sentissi rifiutato da quel branco di pennuti gracchianti e sporchi. A volte si spingevano addirittura fin sotto il portico e puntavano quegli occhi rotondi verso di me, che le scrutavo da dentro, spaurito. Temevo che le oche, non contente di essersi appropriate del cortile, volessero impossessarsi anche della casa, dello spazio, del tempo, della mia anima.
Questo è durato fino alla morte di mio nonno, in seguito la casa è stata venduta e non ci sono più tornato. In realtà, fantasticavo, le oche avevano revocato alla mia famiglia il permesso di soggiorno nel loro regno, e così ce n'eravamo andati contro la nostra volontà.
Le sogno tutte le notti, le vedo che girano attorno al recinto della casa dove vivo ora, un misero appartamento in città. Si muovono velocemente tutte in gruppo, saranno un migliaio, e non mi permettono di uscire di casa. Corrono sempre più velocemente, fino al punto che non distinguo più occhi, becchi, colli e ali: tutto viene come risucchiato da un vortice bianco. A quel punto mi sveglio, in preda al panico.
Al contrario delle altre persone, non ho paura del nero-morte o del rosso-Satana, quanto del bianco.

di Gabriele Cecchini

- FINE PRIMA PARTE -

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