venerdì 3 ottobre 2014

Maruf il calzolaio

C'era una volta un calzolaio di nome Maruf che viveva al Cairo con sua moglie Fatima, una vera arpia. Costei lo trattava così duramente, rendendogli il male per ogni sua buona azione, che Maruf cominciò a considerarla come l'incarnazione stessa dell'inspiegabile spirito di contraddizione universale.
Schiacciato da un sentimento di vera ingiustizia e in preda alla più cupa disperazione, Maruf si rifugiò in un monastero in rovina nei dintorni della città, dove sprofondò nella preghiera e nelle suppliche. "Signore", implorava senza tregua, "ti supplico di indicarmi le vie della mia liberazione, affinché io possa andare il più lontano possibile e trovare speranza e sicurezza".
Stava pregando così da molte ore, quando accadde un fenomeno stupefacente. Un essere molto alto e dall'aspetto strano sembrò attraversare la parete di fronte a lui alla maniera degli Abdal, i 'trasformati', esseri umani che hanno raggiunto poteri che superano di gran lunga quelli dell'uomo ordinario.
"Sono l'Abdel-Makan, il servitore di questo luogo", disse l'apparizione. "Che vuoi da me?". Maruf gli confidò i suoi problemi. Il 'trasformato' si caricò Maruf sulle spalle e insieme volarono nel ciclo per molte ore, a incredibile velocità. Allo spuntar dell'alba Maruf si ritrovò in una lontana e magnifica città ai confini con la Cina.
Qualcuno lo fermò per strada e gli chiese chi era. Maruf glielo disse e mentre tentava di spiegare come fosse arrivato fin lì, fu circondato da una torma di zotici che cominciarono a tirargli bastoni e sassi accusandolo di essere un pazzo o un emerito imbroglione.
Stavano ancora malmenando lo sfortunato calzolaio, quando arrivò un mercante a cavallo che li disperse. "Vergognatevi!", disse. "Uno straniero è un ospite, legato a noi dal sacro vincolo dell'ospitalità e degno della nostra protezione". Quell'uomo si chiamava Ali.
Ali spiegò al suo amico come era passato dalla miseria alla ricchezza in quella strana città di Ikhtiyar. I mercanti del luogo - così sembrava - erano generalmente più inclini di altre persone a prendere un uomo in parola. Se questi era povero, non gli davano molte possibilità di riuscita nella vita, in quanto ritenevano che fosse povero perché così doveva essere. Se, d'altro canto, sentivano dire che era un uomo ricco, gli davano considerazione, credito e onore.
Ali aveva scoperto questo fatto. Di conseguenza, si era recato da parecchi ricchi mercanti della città e aveva chiesto loro un prestito affermando che stava aspettando l'arrivo di una sua carovana. Non appena ottenuto il prestito, Ali aveva moltiplicato il capitale commerciando nei grandi bazar, ed era riuscito sia a restituire il capitale iniziale sia ad arricchirsi. Ali consigliò Maruf di fare altrettanto. 
E fu cosi che Maruf, rivestito dal suo amico di tutto punto, si recò da diversi mercanti per farsi concedere un prestito. L'unica differenza era che, a causa della sua natura caritatevole, Maruf donava il denaro ai mendicanti. La sua carovana, dopo mesi di attesa, non dava segni del suo arrivo. Maruf non combinava affari, ma la sua carità aumentava in quanto la gente faceva a gara per prestare denaro a un uomo che lo spendeva subito in opere di carità.
In tal modo la gente pensava di recuperare il denaro prestato quando la carovana sarebbe arrivata e, al tempo stesso, di beneficiare della benedizione connessa agli atti di generosità. Tuttavia, col passar del tempo, i mercanti cominciarono ad avere dei dubbi e a chiedersi se Maruf, dopo tutto, non era un impostore. Andarono quindi a lamentarsi dal re della città, il quale decise di convocare il vecchio calzolaio.
Il re era molto incerto nei confronti di Maruf e alla fine decise di metterlo alla prova. Egli possedeva un gioiello di grande valore; lo avrebbe regalato a Maruf il mercante per vedere se sapeva riconoscerne il valore. Se lo avesse apprezzato, il re - che era un uomo avido - gli avrebbe dato in sposa sua figlia. In caso contrario, lo avrebbe fatto buttare in prigione. 
Maruf si presentò a corte e gli fu dato in mano il gioiello. "È per tè, buon Maruf", gli disse il re. "Ma, dimmi, perché non paghi i tuoi debiti?". 
"Maestà, la mia carovana, che trasporta beni di inestimabile valore, non è ancora arrivata. Quanto a questo gioiello, credo sia preferibile che Vostra maestà lo tenga perché è senza valore rispetto ai gioielli veramente preziosi che viaggiano con la mia carovana".
Sopraffatto dall'avidità, il re congedò Maruf e fece consegnare un messaggio al rappresentante dei mercanti, ordinando loro di tacere. Poi decise di dare la principessa in moglie al mercante, malgrado l'opposizione del Gran Visir, che non si faceva scrupolo di dire che Maruf era un gran bugiardo. Dato che erano anni che il visir chiedeva la mano della principessa, il re attribuiva i suoi consigli al pregiudizio.
Quando seppe che il rè voleva concedergli la mano di sua figlia, Maruf rispose semplicemente al visir: "Dì a sua maestà che, finché la mia carovana carica di inestimabili gioielli e di altre meraviglie non sarà arrivata, non potrò provvedere ai bisogni di una sposa del rango di principessa. Suggerisco, di conseguenza, che il matrimonio venga rinviato".
Quando gli fu riferita la risposta di Maruf, il re gli offrì senza esitazione di attingere al tesoro reale, in modo da poter scegliere ciò di cui aveva bisogno per adottare un tenore di vita adeguato e offrire doni consoni al rango di un genero del re.
Un matrimonio simile non si era mai visto, ne in quel paese ne altrove. Non solo furono donati ai poveri gioielli a manciate, ma tutti coloro che avevano anche solo sentito parlare del matrimonio, ricevettero un sontuoso regalo. Le celebrazioni, di una magnificenza senza precedenti, durarono quaranta giorni.
Quando furono finalmente soli, Maruf disse alla giovane sposa: "Ho già preso così tanto a tuo padre da sentirmi in qualche modo preoccupato". Aveva bisogno di spiegare il sordo malessere che lo pervadeva. "Non pensarci", disse la principessa, "quando la tua carovana sarà giunta, andrà tutto bene". 
Intanto, il visir ricominciò a sollecitare al re un attento esame della situazione di Maruf. Decisero di fare appello alla principessa, la quale accettò di aiutarli a chiarire il tutto al momento opportuno. Quella notte, mentre riposavano tra le braccia l'uno dell'altra, la principessa chiese al suo sposo di spiegarle il mistero del mancato arrivo della carovana. Proprio in quel giorno, Maruf aveva confermato al suo amico Ali di possedere veramente una carovana inestimabile. Tuttavia, ora decise di dire la verità. "Non c'è nessuna carovana", confessò, "e benché il visir abbia ragione, le sue parole sono solo l'espressione della sua avidità. Ed è altrettanto per avidità che tuo padre mi ha concesso la tua mano. E tu, perché hai acconsentito a sposarmi?".
"Sei mio marito", rispose la principessa, "e non potrò mai disonorarti. Prendi queste cinquantamila monete d'oro, lascia il paese, e non appena sarai al sicuro mandami un messaggio; io ti raggiungerò in tempo debito. E ora lascia che mi occupi della situazione a corte". Travestito da schiavo, Maruf fuggì nel cuore della notte.
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