giovedì 19 marzo 2015

We talk together #9

Buongiorno Thomas, grazie per esserti prestato a questa mia piccola e personale tortura.
Prima di tutto, raccontaci un po’ chi sei. La tua vita, le tue passioni ed i tuoi sogni… Mostraci cosa c’è oltre alla passione della scrittura. 
Grazie a te per avermi dato la possibilità di presentarmi ai tuoi lettori. Chi sono? Sono comunissimo italiano che si dà da fare per superare questo durissimo momento. Cerco di far coincidere la mia vita professionale con le mie passioni, in particolar modo con la scrittura. Mi occupo principalmente di consulenza aziendale sui finanziamenti europei e della gestione di un’impresa privata. Ho fortunatamente avuto la possibilità di ricevere una formazione universitaria e post universitaria che, oltre ad avermi fatto conoscere bellissime città come Firenze, Bologna e Barcellona, mi ha lasciato l’utilissimo tarlo per l’approfondimento, caratteristica senza la quale non sarei mai riuscito a realizzare il mio romanzo. Al di là della narrativa mi interesso soprattutto di saggistica dedicata alla società contemporanea, in particolar modo all’economia e, ancor di più, alla finanza. I miei sogni? La mia generazione non ha sogni.    


Hai detto che hai avuto un’esperienza a Barcellona. Cosa ti ha spinto così lontano? Cosa ti ha fatto poi tornare a casa?
Mi sono trasferito in Catalogna per completare un percorso di studi post-universitario che avevo iniziato alla facoltà di Scienze Politiche di Bologna. Ho dovuto occuparmi, presso una piccola ONG, del reperimento di finanziamenti per alcuni progetti umanitari che avrebbero dovuto essere realizzati in Centro America. La scelta di Barcellona è stata dettata dalla mia volontà di conoscere un’importante realtà europea, diversa dalle nostre, e di scoprire la forte e multietnica identità culturale della Ciudad Condal, con la sua caratteristica commistione di elementi catalani, iberici e ispanoamericani. Si parla del 2008, l’anno in cui la recessione globale è esplosa nella sua prima grande ondata. È stato l’anno in cui la disoccupazione spagnola ha sfondato la quota del 20%, dalla quale non è ancora rientrata e la gravità del momento, a Barcellona, si poteva respirare perfino lungo le strade che costeggiano le Ramblàs. Per queste ragioni, benché in ogni caso la mia esperienza spagnola avesse una scadenza delineata, la situazione con la quale mi sono dovuto confrontare non poteva permettere, assolutamente, una mia crescita professionale in quel contesto.


Hai deciso di raccontare una storia dura, parlando di ragazzi nati negli anni 80. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? 
È stato sufficiente tenere d’occhio le statistiche che i principali quotidiani nazionali hanno fornito negli ultimi sette/otto anni: non ho avuto bisogno di motivazioni ulteriori. Quando sfogli il Sole 24 Ore e leggi che in Italia esistono 10 milioni di poveri, che la disoccupazione è attualmente più alta rispetto alla crisi del ’29, ma che, tuttavia, la metà della ricchezza nazionale totale è in mano al 10% degli italiani, risulta immediatamente chiaro che qualcosa non va, che esiste qualcosa di profondamente sbagliato nella nostra società. Nel Paese più corrotto d’Europa, con le organizzazioni criminali più potenti dell’Occidente, dove la politica ha rinunciato da oltre un ventennio alla propria dimensione pedagogica, è proprio la degenerazione socioeconomica dilagante a produrre il terreno fertile nel quale figure intelligenti e determinate, che si sentono derubate, come Calisto, il personaggio principale del romanzo, trovano le giustificazioni e le motivazioni per scegliere la deriva criminale. Quella di Calisto è una reazione violenta a un’ingiustizia. Di fronte a questa ingiustizia, se si leggono i giornali, esistono due tipi di reazione, entrambe violente: c’è chi decide, dopo l’ennesima umiliazione, di togliersi la vita e chi invece prende la strada del crimine. Ecco, io ho voluto raccontare la storia di chi crede che per non arrendersi sia legittimo anche il male, sia legittima anche la violenza. Ovviamente, al contrario, tutti sappiamo che questa scelta non può che far pagare un prezzo altissimo a chi decide di intraprenderla. Nondimeno, la denuncia dell’incredibile realtà che stiamo vivendo rimane intatta.


Come si sono comportate le persone vicino a te? Scrivere non è mai semplice, sei stato appoggiato o credevano fosse un sogno vano?
In verità l’intera faccenda è stata tenuta in strettissimo riserbo fino al momento della pubblicazione: le persone che erano a conoscenza di questo mio segreto si possono contare sulle dita di una mano. Nemmeno dopo la firma del contratto con Lettere Animate ho detto nulla a nessuno. Si è trattato di una scelta ben precisa finalizzata proprio a evitare influenze, sia in senso positivo sia negativo, e motivata dal fatto che, a mio modo di vedere, di una cosa del genere si parla solo quando diventa tangibile. Parlarne prima, con il rischio di vederla sfumare, è un modo di mettere a rischio la propria credibilità. L’avere ristretto la cerchia in questo modo mi ha favorito moltissimo, coloro che ne erano a conoscenza si fidavano ciecamente delle mie capacità e, forse, credevano più di me in ciò che stavo facendo. A loro, che non nomino ma che sapranno riconoscersi in queste parole, va la mia più totale gratitudine e il merito per il risultato ottenuto. 


Qual è stata la cosa più difficile da scrivere?
Il libro parla di sogni infranti, di vite senza speranza, di tradimenti e di disagio. Non è stato semplice scriverlo in assoluto.


La critica peggiore che ti sia arrivata dopo la pubblicazione?
Fortunatamente non ho ricevuto critiche feroci dopo la pubblicazione. Ci sono stati lettori e blogger che hanno criticato un elemento, oppure un altro, del romanzo ma sempre in maniera soggettiva e lodando, nel complesso, il risultato finale. Immagino che prima o poi arriverà anche la stroncatura e, in quel caso, utilizzerò la celebre filosofia del maestro Camilleri….


Il complimento migliore invece?
I complimenti sono stati diversi e, a una persona che tenta di essere sempre realista e razionale come me, sono spesso sembrati incredibili, in senso buono. C’è stato chi ha definito il romanzo ‘un piccolo capolavoro’, chi ha usato aggettivi come ‘magistrale’, ‘sublime’, chi ha accostato Calisto a personaggi creati da giganti come Carlotto e chi ha accomunato le atmosfere del racconto a quelle di capolavori come Romanzo Criminale. Quando leggo giudizi simili non riesco a pensare realmente che siano riferiti al mio lavoro. E credo che sia meglio così.


Dopo aver letto un commento sul libro, preferisci non rispondere o confrontarti con il diretto interessato? 
Assolutamente non rispondere, specialmente se si tratta di un commento negativo. Credo che ognuno debba restare al proprio posto e che il giudizio finale spetti esclusivamente al lettore. Mi è capitato di discutere privatamente con blogger che avevano recensito A un passo dalla vita, ma la considero più un’attività di chiarimento tra addetti al lavoro. Le diatribe pubbliche, invece, non le sopporto. Partendo dal presupposto che un’opera debba accettare la critica e che quest’ultima faccia parte del gioco, che senso può avere discutere un giudizio? Le critiche possono essere motivate – e in tal caso c’è poco da aggiungere –, immotivate o basate su presupposti errati e, alla peggio, in malafede: ha senso sprecare tempo a tentare di chiarire questi ultimi casi? Non credo proprio.


Quando hai pubblicato la tua opera, hai deciso senza esitazioni di appoggiarti ad una Casa Editrice o hai preso in considerazione anche l’autopubblicazione? 
Ho deciso di cercare una Casa Editrice, senza esitazioni. Quando poi sono stato scelto da Lettere Animate, ho firmato con loro perché ero sicuro della serietà e del grande know how che mi avrebbero garantito, sia per quanto concerne la gestione dei canali di pubblicazione, sia in merito alle metodologie promozionali da utilizzare successivamente. A un passo dalla vita sta avendo un buon riscontro di pubblico e critica, posso quindi dire di aver avuto la fortuna di compiere la scelta giusta.


Cosa pensi degli scrittori che decidono di fare tutto da soli senza un professionista a guidarli?
Credo che sbaglino e che non facciano, in primo luogo, l’interesse della propria opera. A mio modo di vedere un esordiente deve, necessariamente, sottoporsi alla critica che solo chi investe tempo e denaro in questo settore è in grado di dare. L’autopubblicazione può essere utile per chi ha già pubblicato e conosce il mercato, i suoi meccanismi e soprattutto il lavoro sul testo. Offre un possibilità in più, certo, ma espone anche al rischio di presentare al lettore un lavoro non all’altezza o magari non ancora pronto. Come ho detto altre volte, è comunque una scelta onesta, a differenza dell’editoria a pagamento che invece è solo una sorta di dopante per l’ego dell’aspirante autore e una pessima degenerazione del mercato editoriale.


Dimmi, quale messaggio vorresti diffondere con “A un passo dalla vita”? 
Innanzitutto, il mio romanzo contiene degli elementi che forniscono un quadro oggettivo sul perché la mia generazione abbia dovuto affrontare, la prima nel Dopoguerra, una crisi economica di tali dimensioni, che ha totalmente spazzato via ogni speranza di futuro per un buon numero dei suoi appartenenti. Nel corso del racconto, però, si apre una chiara divaricazione e la parabola dei personaggi dimostra che, alla fine, un’altra scelta è possibile e la vita presenta sempre il conto per le scelte intraprese, non lasciando mai nulla impunito.


In ultimo, ti pongo una domanda molto libera. Non potendo chiederti proprio tutto, preferisco che sia tu a dirci qualcosa che non ti ho ancora chiesto. 
Non posso che approfittare del tuo invito per spiegare ai lettori quali sono i motivi per cui dovrebbero leggere A un passo dalla vita. Perché leggere il mio romanzo? Perché racconta in modo disincantato un mondo che esiste, e che ci circonda, ma che molti sottovalutano o preferiscono non vedere. Perché dà una testimonianza della frustrazione e della rabbia di quella che è stata definita “generazione perduta” – un simpatico understatement per evitare di dire “generazione fallita” –, la generazione che non avrà figli perché non ha lavoro, quella più preparata e qualificata ma meno pagata e occupata. Infine, lo consiglio ai lettori, perché fornisce un piccolo segnale di cosa potrebbe succedere, sempre più spesso e a sempre più persone, se non si dovesse trovare una soluzione – reale e non propagandistica – alle problematiche di cui abbiamo parlato.

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