mercoledì 5 agosto 2015

We know something new #45

Autore: Sara Zelda Mazzini
Pagine: 202
Prezzo: € 2,49
Trama: A dieci anni dalla morte del suo ex fidanzato una donna ne racconta la storia alla sorella adolescente di lui, che non ha avuto il tempo di conoscerlo davvero. Greta ha quattordici anni quando conosce Nicola in occasione di una vacanza al mare, i due si incontrano ogni estate nella medesima località di villeggiatura portandosi appresso nuovi bagagli di vita reale: Greta ha i genitori separati e presto arriva anche una sorellina, la stessa cosa accade in seguito a Nicola; due esistenze speculari a trecento chilometri di distanza unite da un filo fragilissimo di fiducia e speranza. La storia di Greta e Nicola è contrastata di volta in volta da personaggi gelosi, orgogliosi, insicuri e disperati, ma soprattutto da loro stessi. Tra concorsi di bellezza e quiz televisivi la vicenda è l’occasione per ricostruire un decennio di storia italiana dal punto di vista di una generazione, a favore di chi quella generazione non l’ha mai vissuta.



Autore
Sara Zelda Mazzini è nata il 24 luglio 1980 nel Chianti fiorentino e vive a Monaco di Baviera. Il suo nome d’arte è un omaggio a Zelda Fitzgerald, scrittrice, pittrice e ballerina, nonché moglie del celebre scrittore Francis Scott Fitzgerald. Il suo principale campo di indagine sono le cosiddette controculture — o underground — delle quali individua il motore primario nella Beat Generation americana e le più interessanti derive nella musica punk hardcore e metalcore. Tra il 2002 e il 2003 ha collaborato con il settimanale Metropoli e attualmente cura il blog A Room With A Review (www.sarazeldamazzini.com/blog). Con Narcissus Self Publishing ha pubblicato la raccolta di racconti brevi Cronache Dalla Fine Del Mondo (2013) e il romanzo I Dissidenti (2014).

Il suo Sito, il profilo di Google + e di Googdreads



MEZZANOTTE
In quel tempo della mia vita mi immaginavo sempre come seguita da una telecamera nascosta – dovevo avere cura di ogni cosa che facevo, poiché qualcuno da qualche parte mi stava osservando. Non bastava che fossi affascinante poetica o scostante davanti alle persone ai cui occhi desideravo risultare affascinante poetica o scostante, dovevo essere tutto ciò che desideravo essere per chiunque in qualsiasi momento. Ecco perché ogni mio gesto era sempre teatrale. Quel giorno, in particolare, sulla nostra vecchia spiaggia. Avevo diciott’anni ed era l’ora del tramonto. 
La stagione balneare volgeva ormai al termine – per questo, e per il fatto che adesso lo sto ricordando, non c’era quasi più nessuno all’orizzonte – i lettini solari erano stati accuratamente battuti, piegati e sistemati sotto agli ombrelloni. Dalla terrazza del ristorante vicino giungevano i suoni degli appuntamenti al buio tra gli acciai e le porcellane, e il frusciare delle onde cancellava le conversazioni umane. Io avevo del tempo da perdere nell’attesa del ritorno di mio padre, uscito con gli amici come faceva ogni giorno, ogni sera, ogni estate, da quando eravamo rimasti da soli a spartire la lunga vacanza annuale. «Mettiamo le regole in chiaro» aveva detto il primo giorno, mentre accatastavamo i pali di quella nostra enorme tenda da campeggio. «Siamo in vacanza, non esistono gli orari. Si mangia quando si ha fame, si dorme quando si ha sonno.» 
La sua era una reazione a tredici anni trascorsi sotto l’egemonia di mia madre, un’entità rigidamente strutturata che non poteva esistere al di fuori dei suoi orari fissi e la certezza della regolarità dei suoi bisogni naturali. A cosa dovesse reagire mia madre allora lo ignoravo, ma avrei imparato presto che non esiste alcuna relazione umana il cui malfunzionamento sia imputabile a uno degli ingranaggi più che all’altro.
Coi piedi nudi nella sabbia percorsi la baia, incontrando solamente un pescatore e qualche anima tardiva intenta a fare il proprio viaggio – forse da qualche parte c’era una telecamera accesa anche per ciascuno di loro – Indossavo un abitino nero stampato a fiori bianchi dalla scollatura ampia trapunta di bottoni che non servivano a niente, le spalline scivolavano in continuazione rivelando il mio costume. Mi piaceva, quel vestito. Apparteneva alla mia amica Clara, che era venuta a trovarmi e lo aveva scordato, forse anche a causa del fatto che io glielo avevo nascosto. A lei quel vestito non piaceva e lo usava solo in spiaggia, pensavo che fosse un peccato. Io ci avrei trascorso dentro tutto il resto dell’estate, di un sacco di altre estati. 
Non indossavo nient’altro quel giorno, tranne un ciondolo appeso sul petto e mantenuto all’altezza del cuore da un cordoncino nero scolorito dalla salsedine e dal sole. Quarzo rosa, un regalo di mia zia. Nella tradizione religiosa indiana il quarzo rosa si associa al quarto chackra ed è collegato al cuore, sia in qualità di organo fisico che come sede dei nostri sentimenti – il cristallo avrebbe protetto il mio cuore dalle influenze negative accumulandole e incrinandosi, lo avevo ricevuto intatto e ora c’era un lungo spacco che lo attraversava al suo interno e io avevo troppo bisogno di poesia per credere a una coincidenza.
Avrei sognato spesso quel momento durante l’inverno a venire, nella stanza che occupavo a casa di mia nonna e che avrei occupato per circa due anni prima di trasferirmi ancora – mettevo su un disco dei Pearl Jam, non perché amassi i Pearl Jam ma perché il mio ricordo si sposava perfettamente con l’ultima traccia: Indifference – l’iniziale vibrazione dei piatti della batteria simulava il soffio del vento mentre io mi vedevo approdare al lungomare a bordo di una bicicletta (chissà poi perché) e il rintocco dei campanelli ricreava lo scricchiolio di un’ipotetica banchina – sebbene non vi sia mai stata nessuna banchina sulla nostra vecchia spiaggia, per l’occasione ne avevo alterato la fisionomia. Quella spiaggia non aveva mai neppure avuto un lungomare, soltanto la strada che terminava con una discesa sassosa, più facile da saltare che da attraversare; oppure si poteva ricorrere al passaggio sul retro della sala giochi, dove c’era il juke-box che suonava Nothing else matters dei Metallica – ovvero la suonava quella sera, quando mi ritrovai in lacrime tra le braccia di Nichi e lui disse «Che cosa abbiamo fatto» – e io non risposi, perché non suonava come una domanda.
Pensavo a quel giorno, il giorno in cui mi introdussi tra le onde col mio vestitino indosso e lasciai cadere in acqua il mio cristallo. Pensai che avevo incrinato il mio cuore e spezzato quello di tuo fratello e che non avevo alcun diritto di possederne ancora uno. Al mio ritorno avrei scritto una poesia.

Un cristallo di quarzo
sul fondo del mare
riposa in silenzio
al calare del sole.

Ho gettato un frammento
del mio cuore incrinato
e davanti all’immenso 
quel frammento ha volato.

Ho vagato per ore
sui monti di sabbia
e sulla riva ho tracciato
parole che l’onda ha già cancellato.

Che cosa mi lasciano
il mare e la vita?
Soltanto un ricordo
e tristezza infinita.

Che cosa mi lascia
il tempo che fugge,
fluire d’angoscia
che tutto distrugge?

E a questa distesa
di acque e di pace
che inghiotte la sera
sussurra e poi tace,

Ho affidato lo scrigno
che porto al mio interno
ed ho assaporato
un istante di eterno.

Vedevo quella scena di me che giocavo tra le onde ma senza allegria, che guardavo alle fiamme del cielo ma senza alcuna fiducia, e sentivo di dover essere bellissima e immortale per gli occhi di colui che mi stava osservando. Ora so che quegli occhi erano i miei. Erano gli occhi di ciò che sarei stata in futuro, quando a quel tempo non avrei più smesso di guardare. 

Nessun commento:

Posta un commento

“Ciò che è stato scritto senza passione verrà letto senza piacere”
(Samuel Johnson)

Riconoscimenti

Riconoscimenti